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  6. la struttura della lingua giapponese (e, quindi, in molti casi, anche la mentalità e la percezione della realtà ) è molto diversa da quella della lingua italiana, sia, ovviamente, per ciò che riguarda lo scritto (ma, in questo livello di "falsi principianti" di solito i caratteri romani sono ben conosciuti), sia nell'orale; la lingua giapponese, infatti non prevede l'uso degli articoli, delle preposizioni e delle distinzioni grammaticali tra maschile e femminile e tra plurale e singolare. Al contrario, vi sono nella lingua giapponese alcune strutture di uso comune (come ad esempio le "formule di rispetto") che non trovano un corrispondente della stessa natura nella lingua italiana. Anche la mentalità che deriva dall'uso di una scrittura di tipo ideografico e da una diversa percezione culturale del tempo, pur se possono sicuramente costituire uno dei maggiori elementi di fascino per l'insegnante, allo stesso tempo possono dare problemi di comprensione.

Ovviamente questi fattori possono rappresentare una difficoltà notevole per ciò che riguarda la comprensione reciproca e l'apprendimento, soprattutto in considerazione del fatto che, spesso, gli studenti studiano l'italiano come terza lingua, dopo l'inglese (specialmente i più giovani). A volte, perciò, si verificano commistioni tra italiano e inglese per ciò che riguarda i costrutti e molto spesso ciò costituisce uno dei problemi più difficili da risolvere per un corretto apprendimento della lingua italiana nella sua specificità.

Interventi degli insegnanti per favorire l'apprendimento.

In considerazione di tutti questi elementi gli insegnanti hanno ritenuto opportuno, come prima cosa, lavorare, sia in classe sia fuori della classe, allo scopo di "accorciare le distanze" tra studente e studente e tra studenti e insegnante tramite una presenza attiva e di "animazione" durante la giornata (pranzo, cena, gite culturali, ecc.); gli studenti, infatti, risiedevano in condizione di convittori presso la scuola o vicino comunque alla scuola e la presenza degli insegnanti era pressoché continuativa dalla mattina alla sera. Inoltre, sempre allo scopo di abbassare il filtro affettivo, pur salvando, specialmente all'inizio, gli aspetti che la mentalità giapponese ritiene "necessari" e "connaturati"
  alla bontà "formale" dell'insegnamento (nella mentalità giapponese, infatti, la "forma" ha un'importanza pari, se non in qualche caso addirittura superiore alla "sostanza") e quindi la presenza della cattedra e l'uso della lezione frontale, gli insegnanti hanno cominciato, gradualmente, a muoversi sempre più
tra i banchi, ad usare in misura sempre maggiore la tipica gestualità italiana (nei cui confronti hanno notato un notevole e specifico interesse, tanto da impostare, in seguito, alcune parti di lezione su di essa) e a costruire delle drammatizzazioni esemplificative relative alla conversazione in cui gli insegnanti svolgevano entrambi i
ruoli, di domanda e di risposta. In
particolare tale comportamento, a volte volutamente comico e paradossale, ha contribuito moltissimo a rilassare l'ambiente didattico, ad avvicinare gli insegnanti agli studenti, a creare tra gli studenti un clima di "bonaria complicità" e, soprattutto, ad aumentare il grado di espressione gestuale e mimica da parte della classe, creando l'"output" indispensabile alla valutazione da parte degli insegnanti del gradimento relativo all'attività scolastica anche per ciò che riguardava, ovviamente, gli aspetti più tecnici relativi all'insegnamento e all'apprendimento linguistico. Certamente, poi, hanno cercato di sfruttare tale risultato e di consolidarlo al di fuori della classe coinvolgendo sempre più gli studenti in attività di gruppo. Finalmente, hanno poi potuto, anche nell'ambito della classe, dare minore importanza alla "forma ufficiale" dell'insegnamento coinvolgendo, con un buon livello di gradimento e di partecipazione, gli studenti nelle drammatizzazioni relative alla conversazione. Quando hanno ritenuto che si fosse creato il clima giusto hanno illustrato brevemente alla classe gli obiettivi che si proponevano di raggiungere, certamente più volti a sviluppare la capacità di dialogo, di argomentazione e di pronuncia che non gli aspetti più tecnici e grammaticali, anche se, certamente, anch'essi sono stati oggetto di lezione e ripasso. A questo punto hanno potuto ridurre notevolmente, come era nelle loro intenzioni, la parte relativa alla grammatica e dare invece maggior impulso alla conversazione, ambito nel quale gli studenti, come precedentemente rilevato, mostravano le maggiori difficoltà.
 
















Andrea del Verrocchio, Putto con Delfino
Palazzo Vecchio, Firenze, 1565.








Girolamo Francesco Maria Mazzola detto il Parmigianino, Conversione di san Paolo,
Kunsthistoriesches Museum, Vienna, 1528.



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