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Se è vero che le lunghe ore passate davanti alla televisione sono ore di immersione linguistica nella nostra lingua, è anche vero che c'è un forte squilibrio tra abilità ricettive, la comprensione orale, e le abilità produttive quali il parlare.
Quindi, nella comunicazione si distinguono strategie diverse che consentono ad un parlante non italofono di raggiungere il successo comunicativo. Quelle verbali comprendono spesso l'uso di altri codici mentre, tra quelle pragmatiche, vediamo la grammatica della buona educazione (Tucciarone, c.d.s.)
e il ricorso alla mediazione dei compagni.
Emerge quindi un contesto in cui, per molti detenuti la lingua italiana assume un ruolo residuale, che non aggiunge elementi di miglioramento alla loro quotidianità. In questo concorre anche la presenza del linguaggio settoriale del diritto che assume le caratteristiche del burocratese nello stilare la domandina. La consapevolezza di non riuscire a comprendere i testi relativi agli atti giudiziari che i detenuti ricevono lungo il loro iter detentivo ha poi un effetto sicuramente dirompente sulla motivazione. Si palesa ancora di più l'inutilità della lingua appresa quando, le competenze che faticosamente si credevano acquisite, si rivelano inutili e insufficienti. In questa situazione viene messa
a rischio l'immagine stessa dell'insegnante, nativo esperto, che spesso non è in grado
di comprendere ciò che gli viene chiesto
di tradurre.
Una questione di prestigio
Possiamo affermare allora che il carcere
è un ambiente multilingue.
Il ruolo assegnato alla lingua nazionale è sempre quotidianamente da conquistare. Anche gli agenti parlano spesso tra loro nei dialetti delle loro regioni di provenienza - molto spesso meridionali e insulari - e questo con funzione di corroborare l'appartenenza al gruppo (Santipolo -Tucciarone, c.d.s.). All'interno di questo quadro possiamo rinvenire un uso della lingua come elemento di gioco e riserva identitaria. È il caso di un giovane turco con passaporto olandese che, nell'interazione con agenti, personale del trattamento e insegnanti, si esprimeva in inglese. Ad una prima analisi il detenuto in questione riusciva, grazie a questo codice, ad ottenere
e conservare l'attenzione dell'interlocutore
che si trovava così impegnato a recuperare risorse linguistiche e pragmatiche per sostenere anche la più semplice conversazione
o richiesta di informazioni.
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All'interno della classe ciò suscitava non poche difficoltà:
il giovane turco otteneva per sé l'attenzione del docente impegnato a rispondergli ed escludeva gli altri apprendenti che non conoscevano l'inglese. L'osservazione dell'insegnante giungeva alla conclusione - peraltro discussa con lo stesso giovane detenuto - che egli intenzionalmente avviasse la conversazione in inglese con l'intento di mettere
in difficoltà il proprio interlocutore all'interno del carcere. In questo modo si rappresentava una situazione in cui, i due attori dell'interazione, il detenuto che parlava l'inglese e il nativo, l'insegnante ma più spesso l'agente
di polizia, si trovassero a scambiarsi lo status nell'interazione. Infatti, nell'interazione verbale tra nativo e non nativo, il primo gode solitamente di uno status superiore ma, come già proposto, (cfr. Tucciarone, 2000) è credibile che, all'interno del carcere, il non nativo scarichi sul nativo preposto al trattamento e/o alla sicurezza il carico cognitivo dell'interazione. Nel caso presentato, il giovane detenuto
turco era riuscito ad imporre un codice,
l'inglese, sul cui prestigio convergeva anche
il consenso dell'interlocutore che, tuttavia,
si trovava gravato dello sforzo della comprensione e dell'accomodamento.
Il giovane turco infine, in una franca discussione con gli altri corsisti, ci confermava delle finalità di questa strategia. Infatti, pur essendo in una condizione di estrema fragilità e incertezza, imponeva un codice di sua scelta all'interlocutore nativo, che si rivelava non
in grado di padroneggiare, riuscendo così,
in questo confronto, a sostenere l'immagine di sé.
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Andrea Quarto, Miraggio, Roma, De Nisi - Deniarte, 1996.
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