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  Inoltre, all'interno di questo processo l'insegnante di lingua, nativo ed esperto, sarà inesperto di fronte al codice dello straniero. In questo modo il docente si trova ad essere one down mentre il detenuto si scopre one up così a sua volta portatore di conoscenza, corroborando autostima e immagine di sé, elementi imprescindibili anche in un percorso rieducativo all'interno del carcere. Si richiedono tuttavia alcune riflessioni. Risulta evidente la necessità di una continua negoziazione con i corsisti della relazione d'aula, dei metodi, dei contenuti e degli obiettivi. Si impone anche la negoziazione dello stesso ruolo del docente / facilitatore (cfr. Balboni, 2002) intorno alla sua concezione di formazione. La ristrutturazione relazionale è nelle cose, ma può sempre accadere che alcune rigidità sul versante dell'innovazione andragogica mettano a rischio la partecipazione al corso di alcuni. È qui che si giocherà sull'effetto tradizione, con corsi pilota che attiveranno al loro interno le nuove modalità. Questo pubblico di apprendenti più permeabile e disposto al rischio, sarà poi in grado di trainare, con il passaparola, altri corsisti. L'alternativa invece, è lo scivolamento su posizioni pedagogiche che spesso nascono dall'impreparazione relazionale quanto dall'incapacità dell'insegnante di porsi di fronte all'inaspettato; premesse che conducono lo straniero verso un distorcente specchio dell'infanzia, e lo portano alla fine ad alzarsi dal banchetto di scuola e abbandonare il corso di italiano L2.

2. UNA QUESTIONE DI LINGUA
Alfabetizzazione funzionale e lingua quotidiana
Quando parliamo di alfabetizzazione funzionale ci riferiamo ad una azione tesa al potenziamento di abilità finalizzate alla comunicazione. "Una persona è alfabetizzata in senso funzionale quando ha acquisito le conoscenze e le abilità nel leggere e nello scrivere che lo rendono capace di impegnarsi in modo efficace in quelle attività in cui la lettura e la scrittura sono normalmente intese nella sua cultura o gruppo di riferimento." (Gray, 1956) Dobbiamo comunque mettere conoscenza e abilità in relazione al contesto interazionale che dovrebbe vederle impiegate ma in questo senso non abbiamo elementi che ci permettano di essere ottimisti: il successo degli interventi di alfabetizzazione appare legato alla rispondenza ai bisogni che emergono in contesti socioculturali precisi. Nel contesto carcerario la comunicazione non vede l'italiano primeggiare.











Fabio Aguzzo,
Black bic,
Venezia, Galleria d’Arte Contini, 1996.
  Il role modeling
Siamo del parere che l'azione di modellamento esercitato dall'insegnante, attraverso la curiosità e la disponibilità interculturale nei confronti delle lingue straniere, si rifletta sulla propensione ad apprendere la lingua del paese ospite. Questa utenza debole infatti, trova distante sia la cultura che la lingua. I detenuti vivono con estrema frustrazione la mancanza di riconoscimento della loro cultura. Questi atteggiamenti danno come risultato forti difese identitarie che si manifestano come resistenze psico-affettive all'apprendimento della lingua. Il role modeling vede allora l'insegnante nativo interessarsi, non solo agli aspetti culturali dei quali lo straniero si fa portatore, caratteristiche già presenti nella relazione andragogica, ma anche e ancora di più alla stessa lingua dello straniero. Così, la lingua materna, la lingua nazionale, la lingua religiosa, in modo forse riduzionistico la L1, diventano l'oggetto dell'interesse dell'insegnante. La funzione di modellamento si esercita sull'immigrato con l'attenzione nei confronti della sua stessa lingua. Se, come è stato detto, la lingua è la patria di un popolo, è impossibile allora negarne la portata identitaria. È per questa via che lo straniero si troverà riconosciuto insieme alla sua lingua come portatore di un irriducibile universo di significatività. L'esercizio e la ginnastica dell'interesse potranno essere estesi a tutte le lingue presenti nel gruppo e tra queste anche alla lingua dell'insegnante nativo; l'ascolto degli altri compagni di corso potrà rivelarsi molto utile, nel percorso di riconoscimento reciproco. L'attenzione a questo processo può essere utile per attirare l'utenza arabofona che costituisce, come abbiamo visto, quasi la metà della popolazione straniera presente negli istituti penitenziari. Nel concreto, significa portare in primo piano la L1 del detenuto attraverso attività di visione di film in lingua originale, apprendimento delle abilità di videoscrittura in L1 con l'uso di WP multilingue per semplici traduzioni, anche per conto dell'Amministrazione dell'Istituto. Visione di programmi videoregistrati da stazioni Tv satellitari in lingua araba, fiction in arabo ed altre attività. Tutto ciò, oltre a fornire materiale per lo scambio dialogico, meta peraltro già ambiziosa, costituisce l'interazione all'interno della quale si dispiega l'accomodamento verso un codice condiviso sotto l'urgenza di comunicare idee, valori e sentimenti.

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