Quale linea politica proporre per sostenere e rilanciare l'italiano?

Quella scelta da In.IT viene illustrata partendo dalle ragioni

per cui si studia l'italiano (che sono legate sia al fine sia

all'essere), per giungere a proporre un'interazione tra docenti

italiani, docenti di origine italiana e docenti stranieri d'italiano

- unica soluzione per diffondere la nostra lingua, insieme

all'adozione di curricoli progettati su basi scientifiche,

sostanziali della lingua viva d'oggi, possibilmente

accreditabili come moduli.
 
Cosa significa insegnare "italiano"?
Ci sono ambiguità che ci penalizzano:
lingua come forma o come strumento comunicativo, lingua viva di oggi o pura come nei manuali?
Cultura "alta" o quotidiana?
I programmi che proponiamo
sono manifesti di buone
intenzioni o sono costruiti scientificamente
per insegnare a comunicare in un'Italia reale?

a.
come lingua del fare, del negotium, gli studenti di origine italiana hanno bisogno in Italia di centri di formazione post-universitaria che li richiamino qui, a vedere cos'è l'Italia oggi, e qui seguire master o corsi tali da renderli "ambasciatori", tramiti tra le due aree, quella italiana d'origine e quella in cui sono cresciuti
b. gli studenti stranieri hanno bisogno, per fare, di avere corsi sulla realtà socio-economica italiana e la relativa microlingua; chi promuove i corsi di italiano deve puntare su Armani, Ferrari, il vino e la nostra tecnologia se vuole attivare questo canale di reclutamento di studenti di italiano
c. come lingua dell'essere, va facilitata ai discendenti di italiani la ricerca delle radici, ma offrendo una visione dell'Italia diversa da quella dei film di Olmi o Salvatores, Taviani o D'Amelio, rivolti verso il passato: i film di Fellini sonno belli ma l'Italia non è più quella descritta da lui, né lo è quella di De Sica, di Pasolini, di Zavattini…
d. agli studenti stranieri che vogliono crescere a contatto con la cultura italiana, deve essere data non solo l'Italia delle grandi stagioni del passato, ma anche quella del mondo di oggi, che a noi innamorati di Dante e Michelangelo può sembrare scialba, ma spesso interessa di più agli stranieri.
Chi organizza i corsi e chi insegna l'italiano deve far interagire tutti questi perché, deve azionare un volano, non nutrire i ghetti della nostalgia. Gli italiani all'estero devono desiderare di riprendere l'italiano non tanto perché sono italiani, ma perché i non-italiani scelgono la nostra lingua trovandola interessante. E' una linea politica che guarda al futuro e non al passato.
Che sceglie l'italiano per progettare e non per ricordare.




Sono divisi in moduli in modo da poter essere accreditati? Tutte queste domande devono trovare una risposta se vogliamo essere credibili quando sosteniamo che l'italiano ha senso come lingua da studiare nelle scuole e nelle università.

A questo punto nasce la necessità di un rapporto diverso tra i tre chi i quali insegnano la lingua: gli insegnanti venuti dall'Italia, spesso su base temporanea, gli insegnanti locali di origine italiana, gli insegnanti di diversa origine. Sono tre mondi che si sfiorano ma spesso non si amano - e così l'italiano stenta o muore. Non servono rivalità, c'è spazio per tutti se si collabora: gli italiani, portando un'immagine fresca e viva dell'Italia, nel suo vorticoso mutare, che si riflette sulla lingua, gli stranieri di origine italiana, offrendo la loro conoscenza dei meccanismi istituzionali, sociali ed organizzativi di quel Paese, oltre a quella della comunità di origine italiana, gli stranieri che insegnano italiano offrendo la loro
percorsi diversi da quelli puri e semplici
della vecchia emigrazione.
testimonianza che l'italiano non è solo per
gli oriundi italiani, che è interessante in sé, che può seguire

Su queste linee costruiremo questa rivista, e su questi problemi attendiamo suggerimenti e contributi.